Potenziale genetico e allenamento

Una delle prime e più note teorie sullo sviluppo del talento venne introdotta da Ericsson negli anni ‘80, frutto di uno studio approfondito sui violinisti del Conservatorio di Berlino. Punto chiave del suo modello era che fosse sufficiente un’adeguata dose di allenamento (10.000 ore o 10 anni) a produrre gli adattamenti necessari a raggiungere prestazioni d’eccellenza. Ericsson introdusse la definizione di deliberate practice o “allenamento intenzionale” (Ericsson et al., 1993), cioè  un’attività formale “altamente strutturata”, spesso guidata da un istruttore o un allenatore, “Che viene deliberatamente intrapresa con l’obiettivo di migliorare la prestazione”. Nell’ allenamento intenzionale, l’enfasi è posta su impegno, dedizione e sacrificio (Ericsson & Charness, 1994). Secondo Ericsson, l’esposizione prolungata all’ allenamento intenzionale attiverebbe  selettivamente geni dormienti presenti nel DNA di ciascuno, consentendo così il raggiungimento di alti livelli prestativi. Ericsson sosteneva inoltre che vi fosse una proporzionalità diretta tra il livello di abilità raggiunto e la pratica accumulata. A lungo dibattuta e romanzata (Gladwell, 2008), questa teoria non è in realtà supportata da dati quantitativi. In particolare, Ericsson non ha mai fornito alcun dato di dispersione: in altre parole, se 10.000 è il valore medio di ore per raggiungere l’eccellenza, non sappiamo se tale presunta associazione tra allenamento e prestazione si applichi effettivamente a ogni individuo. Ad esempio, uno studio successivo sugli scacchi ha mostrato che le ore di allenamento necessarie a raggiungere il livello di maestro è di oltre 11.000 ore – in accordo con gli studi di Ericsson – ma con una variabilità (deviazione standard) di oltre 5.000 ore (Gobet & Campitelli, 2007). Inoltre, studi successivi su calcio, hockey, basket, ginnastica artistica e tennis hanno evidenziato come l’identificazione del talento richieda un approccio individuale, dato che le curve di sviluppo di ciascun atleta differiscono significativamente da quelle dei loro pari. In sostanza, il modello di Ericsson non spiega come mai elevati livelli di prestazione possano essere raggiunti con significative differenze nel percorso individuale. Di conseguenza, si è cominciato a considerare le condizioni iniziali di ciascun individuo come fattori determinanti il raggiungimento del successo. I modelli più attuali si basano sull’idea che, per emergere, un atleta intrinsecamente dotato di talento debba essere esposto alla corretta combinazione di diversi fattori. Questo nuovo modello ammette differenze individuali sia nel livello di partenza (dovuto a fattori genetici e ambientali), sia nel  massimo livello raggiungibile (limitato solamente da fattori genetici). La figura 1 schematizza questo concetto, rappresentando i possibili percorsi sportivi di sei ipotetici atleti. Da notare come non vi sia necessariamente una stretta correlazione tra il livello di partenza e il massimo livello raggiunto. In altre parole, esiste una netta differenza nell’adattamento di soggetti diversi in risposta agli stimoli allenanti. Sulla base di queste considerazioni, possiamo definire l’allenamento stesso come il mezzo attraverso cui realizzare il potenziale genetico individuale.

 

 

Figura 1

Esempio dell’effetto combinato di fattori genetici e ambientali relativi a sei immaginari individui diversi. Il potenziale genetico è rappresentato dai rettangoli  tratteggiati. L’effettiva prestazione raggiunta mediante l’allenamento è indicata dai rettangoli neri. Notiamo che il livello prestativo di partenza è molto diverso tra
gli individui, così come il massimo livello teorico ottenibile. L’allenamento è il mezzo per realizzare il potenziale genetico. Infatti, mentre gli atleti A e E, non  allenandosi, non raggiungono prestazioni di vertice, l’atleta F, pur essendo esposto all’attività, non vi potrà mai arrivare. L’atleta D realizza pienamente il proprio
potenziale e raggiunge il proprio massimo livello raggiungibile. L’atleta C è l’attuale primatista del mondo e ha ancora margine per migliorare (rettangolo tratteggiato). L’atleta D, che al momento ha una performance inferiore rispetto a C, potrebbe in potenza batterne il record.

Bibliografia:

  • Ericsson, K.A., Charness, N., 1994. Expert performance: Its structure and acquisition. Am. Psychol. 49, 725–747.
  • Ericsson, K.A.K., Krampe, R.R.T., Tesch-Romer, C., Ashworth, C., Carey, G., Grassia, J., Hastie, R., Heizmann, S., Kellogg, R., Levin, R., Lewis, C., Oliver, W., Poison, P., Rehder, R., Schlesinger, K., Schneider, V., Tesch-Römer, C., 1993. The Role of Deliberate Practice in the Acquisition of Expert Performance. Psychol. Rev. 100, 363–406.
  • Gladwell, M., 2008. Outliers, Penguin.
  • Gobet, F., Campitelli, G., 2007. The role of domain-specific practice, handedness, and starting age in chess. Dev. Psychol. 43, 159–172.

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Nicolò Marco Brigati

Nicolò Marco Brigati

I temi affrontati da Nicolò in questo articolo possono essere approfonditi direttamente con l'autore nell'ambiente di formazione SOCCERLAB – LABORATORIO DI IDEE SUL CALCIO.

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