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Estratto dal libro Il gioco in profondità

Estratto dal libro Il gioco in profondità

Il gioco ludico, l’attività ludiforme e la fiducia “pedagogica”.

Il potere che ha il gioco

è paragonabile all’energia

che muove i pianeti,

sconosciuta e incalcolabile.

Claudio Bianchera

Con il gioco, i bambini fanno esperienza in modo naturale delle fasi del flusso di energia. Attraverso il gioco mantengono il contatto con la propria autenticità potendo manifestare se stessi e quindi anche la corazza caratteriale che si sta strutturando e consolidando[1]. Nel gioco libero (senza l’adulto), l’unico “garante” per il bambino è il piacere che deriva dal gioco e dalle sue regole. Tutta la tela di relazioni più o meno conflittuali che nascono in funzione del piacere di giocare, permette ai bambini di fare esperienza, senza alcuna consapevolezza, di blocchi e potenzialità che possono ancora approfittare della grande plasticità che i tessuti hanno. Prima di addentrarmi nei principi energetici che stanno alla base delle fasi naturali del bambino che gioca, occorre esplorare meglio e più a fondo le caratteristiche del gioco e come quest’ultimo sia cambiato e stia cambiando nel mondo giovanile. Si può parlare di gioco pensando alla sua utilità (il punto di vista degli adulti); se ne può parlare pensando al suo nascere e al suo svilupparsi negli individui (perché e come si gioca in momenti diversi della vita); se ne può parlare esaminando i giochi stessi (le loro regole, le loro dinamiche). Se ne può parlare cercando di leggerlo inserito in un contesto socio-culturale più ampio (rapporto fra gioco e culture nel tempo e nello spazio) e se ne può parlare considerando il grado di ambiguità cui può dare origine quando si contrappone il gioco al lavoro; un’analisi dettagliata a riguardo, e lo studio della stessa, ritengo debba entrare a fare parte del bagaglio di conoscenze dell’allenatore (“studio”). Allenatore che più di ogni altro risente di tale ambiguità sia come promotore di forme di “gioco-lavoro” e “lavoro-gioco” (“gioco”), che come “fruitore/non fruitore” di proventi di tale attività (“lavoro”). A tale proposito scrive Accame in “Difesa elastica e attacco in profondità”[2]: <<Il gioco si contrappone al lavoro per il fatto che, mentalmente, il risultato dell’attività è mantenuto insieme all’attività stessa da chi questa attività esercita>>.  Mi si conceda ancora una citazione dalla lettura di un libro consigliatomi recentemente (gradito regalo): <<Tuttavia, suggerisce l’ingegnere della felicità, bisogna stare attenti, se il gioco è avvertito con letizia, non per questo al lavoro spetta la tristezza ed allo studio la noiosità… Per cui sgorga un consiglio: qualunque cosa tu faccia, mescola un tanto di lavoro, un tanto di gioco ed un tanto di studio. Come studio, anche la ripetizione acquista il fascino del migliorare, perfezionarsi.[3]

Quanto del gioco spontaneo sia stato perso e quanto il gioco strutturato sia diventato una positiva e potenziale espressione per i giovani, necessita di essere indagato più a fondo. Il passaggio dal gioco libero (ludico) al gioco organizzato (ludiforme) ha determinato infatti una modifica sostanziale dei contenuti dell’attività giocosa e del “setting”[4] in cui il gioco viene svolto. Ma è la presenza dell’adulto che regola, dirige e conduce a rappresentare l’elemento principale di cambiamento. Quando e perché nascono le Scuole Calcio è una domanda la cui risposta diventa un interessante motivo di studio e approfondimento. Sicuramente è opera dell’adulto e non una necessità del bambino. L’antropologico strutturarsi di ambienti destinati all’educazione è figlio della necessità dell’uomo di trovare situazioni che preservino il provare piacere in ciò che si fa e che allo stesso momento possano tramandare sapere e esperienza. <<Un qualche tipo di insegnamento dell’adulto sul bambino c’è sempre stato, ma di istruzione vera e propria si potrà parlare solo dal momento in cui le comunità cominciano a rendere esplicita una qualche forma di educazione organizzata e a demandare ad altri dai genitori, la cura dell’istruzione dei figli (pedagoghi vari, religiosi o laici). Anche un qualche tipo di interesse didattico per il gioco e il giocare forse c’è sempre stato, ma tracciarne le linee risulta assai difficile, almeno fino ad epoche abbastanza vicine alla nostra[5].>>

La figura dell’adulto che insegna a giocare e a fare sport ha oramai consolidato la sua presenza nell’attività motoria dei giovani, mentre il gioco spontaneo e puramente ludico ha perso quasi del tutto il suo spazio. Non sono troppo preoccupato di questo cambiamento storico-culturale, ciò che mi preme è in che modo si possa rendere ideale, per i giovani, tale passaggio. Se come adulti ci consideriamo o vogliamo ricoprire il ruolo di insegnanti-educatori, reputo necessario analizzare a 360° cosa comporti questo compito e di conseguenza credo non possa mancare, nella formazione professionale dell’allenatore, un percorso esperienziale e formativo che lo “alleni” a percepire le energie del movimento. Etimologicamente educare significa “portare fuori”, per molto tempo e purtroppo ancora oggi molti adulti hanno ribaltato questo significato producendo educazione “buttando dentro”.  Cercherò di indagare energeticamente come mai questo succeda, cosa spinge insegnanti, tecnici e educatori in generale a confondere i metodi e la relazione di insegnamento/apprendimento e se e quanto tutto ciò ha fondamenta legate al potere o al piacere.

Definiamo intanto cosa si potrebbe “portare fuori” in modo tale da avere un ampio quadro di possibilità educative: attitudini, potenzialità, emozioni, capacità, passioni, motivazioni; e come, ossia con quali metodi, didattiche, strumenti, relazioni. Senza scomodare il tema dell’educazione scolastica e quindi dell’ambiente scuola in generale, il parallelo con lo sport e le scuole di sport può comunque condurci ad un’ampia esplorazione di quanto l’uomo necessiti di creare momenti in cui lo stare insieme conduca verso il piacere, inteso come energia che possiede determinate qualità. Piacere e potere rappresentano una dualità la cui espressione bioenergetica ha caratteristiche posturali e caratteriali oggetto di tanti studi di psicanalisi. Mi limito a ricondurre tali caratteristiche a aspetti “maneggiabili” e usufruibili da tutti.

<<La condizione essenziale del piacere è un totale coinvolgimento in ciò che si fa. Quando un bambino dice che il suo gioco era divertente significa che era entrato con tutto il cuore in un’attività dalla quale traeva molto piacere grazie all’espressione di sé. Negli adulti, la creatività scaturisce dalle stesse fonti e ha le medesime motivazioni del gioco creativo del bambino. Nasce dal desiderio del piacere e dal desiderio di esprimersi. Il potere è l’opposto del piacere. Ha con il piacere lo stesso rapporto che l’Io ha con il corpo. Il piacere sgorga dal libero flusso di sensazioni e di energia all’interno del corpo o tra il corpo e l’ambiente. Il potere si sviluppa tramite il controllo e la delimitazione dell’energia[6]>>. Approfondirò gli aspetti energetici che fanno riferimento alla passione-piacere nel capitolo dedicato a questa fase del flusso, al momento ritengo sufficiente sottolineare l’importanza che questi rivestono nel gioco e nello sport. Il piacere, a differenza del divertimento, include la sofferenza, la fatica, la difficoltà, la determinazione. Pensiamo ad un maratoneta, come potrebbe dedicare tante ore all’allenamento senza il piacere della fatica, della sofferenza. Paradosso? Forse. Energeticamente è la dialettica degli opposti, l’alternanza possibile della dualità o meglio ancora la possibilità che sensazioni e espressioni “emotive” di polarità differente possano coesistere allo stesso momento.

Insegnamento e gioco quindi possono andare a braccetto? Si!

Occorre rinforzare in noi stessi la “fiducia pedagogica” affinché la scuola del gioco, pur non essendo la scuola dove si gioca, possa perlomeno diventare la scuola dove il gioco e l’educazione diventino la medesima cosa. Penso quindi ad un possibile percorso esperienziale che porti l’educatore a contattare, vivere, respirare, percepire blocchi e potenzialità che guidano i nostri atteggiamenti nella vita e quindi anche nel lavoro. Un’esperienza pratica più che teorica che fonda la propria unicità nel lavorare direttamente con la totalità dell’individuo, le emozioni e il flusso energetico che si muove con esso. Tutto ciò i bambini lo sperimentano spontaneamente attraverso il gioco che rappresenta per loro lo strumento di eccellenza per l’espressione ancora inconsapevole e non pienamente cosciente di se stessi.

La speranza “coltivabile” è che a capo di tutto (ambito educativo) ci siano adulti “equilibrati” energeticamente, consci e consapevoli di quanto la relazione giochi un ruolo fondamentale nel rapporto insegnamento/apprendimento.

<<L’allenatore rimanga se stesso e avrà tutto da guadagnare>> scriveva Accame[7] in “Come dice il mister, manuale per la comunicazione dell’allenatore di calcio”. La capacità di rimanere se stessi è ciò che in psicanalisi Jung[8] chiamò “processo di individuazione” ossia “diventa ciò che sei”. Credo che tale processo non possa prescindere da un percorso di allentamento e allenamento dei propri tratti caratteriali.

[1] Cfr. J. Painter, Massaggio in profondità, SugarCo, Milano 1983 –  << A causa di traumi che risalgono al concepimento, al movimento lungo le tube di Falloppio, all’impianto sulla mucosa uterine e alla gestazione, noi stabiliamo già, ai primordi dell’esistenza, alcuni modi di rapportarci con il mondo e di difendere noi stessi. In seguito al dolore della nascita e alle lotte della fase orale, anale e genitale dello sviluppo infantile rafforziamo questo guscio protettivo e all’età di tre o quattro anni abbiamo già quasi completamente sviluppato atteggiamenti caratteristici, modi personali per evitare il dolore o i cambiamenti indesiderati >>.

[2] Sport perlustrato quaderno n° 3, Difesa elastica e attacco in profondità, manuale per i genitori dipendenti dal gioco del calcio, Sedizioni, Milano 2012

[3] S. Ceccato, Ingegneria della felicità, Rizzoli, Milano 1985

[4] Setting: Il termine inglese setting definisce, nell’ambito delle scienze sociali, il contesto entro cui avviene un evento sociale.

[5] Cfr. G. Staccioli, Il gioco e il giocare, Carocci Editore, Roma 1998

[6] A. Lowen, Il Piacere, Astrolabio, Roma 1970

[7] F. Accame – Docente di Teoria della Comunicazione presso il Settore Tecnico della Federazione Italiana Gioco Calcio e presidente della Società di Cultura Metodologico-Operativa. Direttore di www.methodologia.it

[8] C.G. Jung – È stato uno psichiatra, psicoanalista, antropologo, filosofo e accademico svizzero, una delle principali figure intellettuali del pensiero psicologico e psicoanalitico. Processo di individuazione: << L’individuazione significa diventare un essere singolo, omogeneo e, in quanto l’individualità comprende la nostra più profonda, ultima e incomparabile unicità, implica anche il divenire il proprio sé… o l’autorealizzazione >>.

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